Museo Verde, un Patto contro la deforestazione del Gran Chaco

Il progetto di tutela elaborato dal Museo Verde sarà presentato alla preCop26

Sottrarre alla deforestazione il Gran Chaco (una pianura di 1,3 milioni di chilometri quadrati – 4 volte l’Italia – fra Paraguay, Argentina, Bolivia e Brasile) combinando moderne tecniche di gestione forestale, opportunità di mercato e la conoscenza del territorio dei popoli indigeni, indispensabili protagonisti di un progetto di tutela e di corretto sfruttamento delle risorse. La proposta, che viene definita “il Patto”, è stata elaborata dal Museo Verde, associazione per la conservazione e valorizzazione delle culture indigene e dell’ambiente naturale dal quale provengono, ed è un manifesto che sarà presentato alla preCop26 a Milano il 30 settembre prossimo.

“Lo dicono i virologi: le foreste sono essenziali per la nostra sopravvivenza. Ci proteggono dal ‘cigno nero’ delle pandemie, spiega l’associazione nel precisare che il Gran Chaco “è un serbatoio di biodiversità paragonabile all’Amazzonia: 3.400 specie botaniche, 500 specie di uccelli, 120 di rettili, 100 di anfibi e 150 di mammiferi, tra i quali l’armadillo gigante, il formichiere, il giaguaro e il tapiro. La seconda massa forestale più estesa delle Americhe che conserva decine di milioni di tonnellate di anidride carbonica. Densità di popolazione bassissima e una moltitudine di comunità indigene fortemente attaccate a tradizioni, tecniche artigianali e conoscenze del mondo naturale. 25 Etnie, 10 gruppi linguistici. Un mosaico di culture, differenziate ma con caratteristiche comuni”. 

Il “Patto” proposto dal Museo Verde propone:
– Mappatura delle risorse naturali (specie animali, legni, essenze, ecc.) 
– Formazione sulla gestione sostenibile delle foreste, coinvolgendo comunità indigene in funzione di docenti/discenti, proprietari terrieri ed Autorità locali 
– Formazione su procedure per la certificazione internazionale di origine dei legni pre-giati
– Formazione su modalità di accesso ai crediti di carbonio e analoghi meccanismi di compensazione come il Pes (Payments for Ecosystem Services)
– Mini infrastrutture ricettive per viaggiatori interessati al binomio natura/culture indigene 
– Creazione e promozione di un logo per valorizzare i prodotti “Gran Chaco” 
– Canali mirati con importatori di legni pregiati per forniture ad industrie di design e nau-tica 
– Produzione/commercializzazione erbe mediche. 

Su tutti questi aspetti il Museo Verde sta avviando progetti pilota, presso Comunità indigene.

Cos’è il Gran Chaco 
Una pianura di 1,3 milioni di chilometri quadrati (4 volte l’Italia), si estende in territori che fanno parte di Paraguay, Argentina, Bolivia e Brasile. Un serbatoio di biodiversità parago-nabile all’Amazzonia: 3400 specie botaniche , 500 specie di uccelli, 120 di rettili, 100 di an-fibi e 150 di mammiferi, tra i quali l’armadillo gigante, il formichiere , il giaguaro e il tapiro. La seconda massa forestale più estesa delle Americhe che conserva decine di milioni di tonnellate di anidride carbonica. Densità di popolazione bassissima e una moltitudine di comunità indigene fortemente attaccate a tradizioni, tecniche artigianali e conoscenze del mondo naturale. 25 Etnie, 10 gruppi linguistici. Un mosaico di culture, differenziate ma con caratteristiche comuni. 
La Genesi 
Decine di milioni di anni fa un immenso mare interno si estendeva dal territorio dell’odierno Uruguay fino a quello del Brasile. In esso sfociavano corsi d’acqua che ver-ranno poi chiamati Rio Salado, Bermejo e Pilcomayo. Portavano sedimenti che si deposi-tavano, spingendo il mare sempre più indietro, fino a trasformarlo in una pianura, paral-lela alle Ande, perfettamente livellata, alta 200 metri sul livello del mare. Venti incanalati dalla Cordigliera, la spazzavano da nord e da sud, allora come oggi, portando bruschi innalzamenti ed abbassamenti della temperatura. 
La foresta
La morfologia del Chaco ne spiega le condizioni meteorologiche: temperature tra -5 e +50 gradi, forti sbalzi giornalieri, piogge torrenziali e siccità, inondazioni ed incendi. Per so-pravvivere a queste condizioni la natura ha prodotto alberi a crescita lenta, straordinari per durezza e resistenza ad insetti, funghi e intemperie, imputrescibili sott’acqua. Il Museo verde ne ha individuati 17. Hanno un’ampia gamma di colori e venature. Nella scala Brinell della durezza queste specie hanno valori che vanno dal 3.2 del Timbò rosso ( pari a quello della quercia) a 16.1 del Palo Santo ( superiore a quello dell’alluminio).
La deforestazione 
Negli ultimi 20 anni, nel Chaco sono scomparsi 87.000 kmq di bosco, più della superficie dell’intera Austria. Ogni kmq trattiene l’ emissione di 13.000 tonnellate di co2. Di questo passo, nel giro di pochi decenni, delle foreste che agli inizi del ‘900 erano vergini, resterà poco o niente. Il pianeta avrà perso un serbatoio di diversità biologica e culturale. Con le foreste rischiano di scomparire le culture indigene che da esse originano e traggono linfa vitale, miti, riti, la loro medicina ed il loro artigianato. 
Una ricchezza distrutta per profitti irrisori
Un ettaro di foresta contiene 50 tonnellate di legni pregiati che impiegano 2 o 300 anni a crescere e che vengono venduti a 10 dollari tonnellata, spesso, per farne carbone. La distruzione di un ettaro di foresta genera quindi profitti, per 500 dollari, una tantum. 

Con il Patto per il Gran Chaco, il Museo verde suggerisce dunque percorsi di tutela:

Alternative alla deforestazione economicamente percorribili. Un ettaro di foresta correttamente gestito può produrre fino a 3 tonnellate di legno che, munite di certificazione d’origine, possono avere impieghi remunerativi (p.es mobili e arredi di alta gamma) ed essere vendute a 250 dollari la tonnellata (quotazione del teck). In altri termini: tagliare molto meno ma vendere a prezzi molto più elevati. Ogni ettaro può generare profitti per 500 dollari ogni anno, quanto si guadagna con la deforestazione, ma senza distruggere il capitale boschivo. Come dicono gli inglesi, “you can have your cake and eat it too”. Questa é la strada da imboccare con ricerca e sperimentazione. Prima che sia troppo tardi. La deforestazione è, nel medio periodo, un enorme spreco economico, afferma l’associazione secondo cui si può evitare utilizzando tecnologie e opportunità commerciali oggi disponibili e una risorsa chiamata, nel linguaggio di Banca Mondiale, Ifad e Fao Indigenous and local knowledge for sustainable development.
Gestione delle foreste, sostenibile per l’ambiente e per l’economia. I terreni deforestati sono adibiti a coltivazioni di soja, con rendimenti, (circa 1.000 dollari/ettaro) superiori, nel breve periodo, a quelli ottenibili con una gestione sostenibile delle foreste. Nel medio e lungo periodo, tale gap può essere colmato. Le foreste diminuiscono, aumenta il loro valore, conviene investire nella loro gestione. Logica economica ed esigenze ambientali possono essere contemperate.
La foresta non è solo alberi. Nel sottobosco crescono 115 essenze medicinali. Gli indigeni le utilizzano per curare 35 malattie, come asma, colesterolo, disturbi delle vie urinarie, febbre, tosse, dolori reumatici, dermatosi. La foresta rende possibili attività produttrici di reddito come: turismo sostenibile, apicoltura, artigianato. Pascolando all’ombra degli alberi, il bestiame evita stress da calore, causa di perdita di peso, e aumenta la propria produttività del 20/30%.

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